Campania Pride 2012, colore, musica e idee: finalmente una Salerno “diversa”

Campania Pride 2012, colore, musica e idee: finalmente una Salerno “diversa”

Parata finale, Campania Pride 2012 – photo by Katia Itri

In 3000 da tutto il sud Italia per festeggiare a Salerno la giornata dei diritti civili, dell’uguaglianza e della cosiddetta “diversità”. Una giornata per mostrarsi con orgoglio al mondo, ad un mondo che fino al giorno prima ha dato ancora dimostrazione di quell’intolleranza, per fortuna circoscritta a pochi imbecilli vestiti di nero e inneggianti alla “vera famiglia”, che una società civile ha il dovere di emarginare.

La parata del 26 maggio, partita dalla stazione, ha portato colore, musica e idee in giro per una Salerno mai stata così raggiante, una lezione per tutti quelli che contano di illuminarla ricoprendola di pacchiane luminarie. La Salerno di sabato pomeriggio ha brillato molto di più che nel periodo natalizio, e in più ha unito i cuori e le menti: non soltanto orgoglio gay, ma tutela di tutte le minoranze, delle diversità, un tripudio di palloncini colorati e striscioni di associazioni diverse, una lunga parata dove hanno trovato spazio voci diverse eppure concordi sull’idea principale: il mondo ha bisogno di colore, di sfumature, di idee diverse, di contraddizioni e di comunicazione.

Dal palco di Piazza Amendola, dove la parata si è conclusa, tante le voci che si sono levate (tutte tranne quella del sindaco Vincenzo De Luca, grande assente nonostante l’appoggio costante dato nei mesi precedenti alla manifestazione) orgogliose del successo di questa prima edizione salernitana del Campania Pride, fra cui quella di Vladimir Luxuria, madrina del gay pride salernitano, che ha sottolineato la necessità di “isolare” le minoranze estremiste, come lo striminzito drappello di Forza Nuova che ha sfilato per le strade di Salerno alla vigilia della parata.

Un successo reso possibile anche dall’impegno dei gruppi musicali che si sono avvicendati, totalmente senza compenso, sul palco del Pride dalle 8.00 alle 23.30 circa, infiammando l’entusiasmo di un pubblico che nonostante la minaccia di pioggia è rimasto a ballare fino all’ultima nota, gruppi in massima parte di Salerno, esponenti principali di quella musica che nei mesi precedenti ha sopportato stoicamente le misure prese dall’amministrazione comunale contro la “movida”. Quella musica sabato si è dimostrata viva e vegeta, a testimonianza che le leggi possono costruire le gabbie, ma che la passione trova sempre il modo di liberarsi. E di ricambiare, anche: è stato bello, insomma, vedere l’onda sonora abbattersi sui palazzi del potere, tutt’intorno a Piazza Amendola.

E’ doveroso fare i nomi degli artisti che hanno sostenuto la manifestazione, coronando il successo dell’intera giornata: la Compagnia DAltrocanto, in una coinvolgente esibizione di musica e danze popolari, il duo synth-pop Costume, per un viaggio nella musica new wave, i come sempre trascinanti Toni Borlotti e i suoi Flauers, per un tuffo negli anni ‘60, Denise, con le sue melodie fiabesche, il coro dei Dik’s Brothers arrivato da Napoli e finale a tutta birra con il ritorno live dei Valium, la band salernitana del New Beat. Dopo un anno trascorso in sala di registrazione per il nuovo CD di prossima uscita, il quartetto salernitano si è, letteralmente, “fatto sentire”, tornando sulla scena più carico che mai e non deludendo i tanti fan curiosi di rivederli dopo la “clausura” da attacco creativo. Assist dei Valium e tiro in porta dei Bidons, per usare una terminologia che sicuramente tutti i salernitani riusciranno a cogliere, gli ultimi ad esibirsi sul palco del Pride, di fortissimo impatto sonoro e visivo, accompagnati da bretelle, parrucche, occhiali da sole e dalla potenza trascinante del garage rock made in Irno Valley con cui hanno festeggiato il “complimese” del loro primo CD, Granma Killer!!!, uscito il 29 aprile.

Salerno, insomma, si riconferma città di grandi contraddizioni, da un lato la città dei tronisti e del “pallone”, la città degli uomini in giacca e cravatta e dei musicisti “fuorilegge”, dall’altra la Salerno colorata che ha sfilato per le strade del centro, la Salerno spontanea e compatta, la Salerno che chiede alla musica di prestarle la voce, una Salerno quasi “europea”, verrebbe da pensare.

Certo ne deve passare ancora di acqua sotto i ponti, prima di poterci definire “europei” a tutti gli effetti, se per “europeo” s’intende il contrario di gretto e provinciale. Finita la parata, l’incantesimo svanisce e Salerno torna ad essere Cenerentola.

Una Cenerentola un po’ più consapevole, forse, con qualche speranza per il futuro:  più musica e meno ordinanze comunali, più idee e meno luoghi comuni, più concerti e meno ultras, più diritti e meno “sostenitori della famiglia”,  più arte e meno luci d’artista.

Una città che “faccia goal” sul campo della sensibilità e del progresso, l’unico campionato di cui a tutti i salernitani dovrebbe davvero importare.

 

Siamo tutti vittime di mafia

Siamo tutti vittime di mafia

Giovanni Falcone – (Palermo, 18 maggio 1939 – Palermo, 23 maggio 1992)

Il 23 maggio 1992 avevo tredici anni e, come tutti i tredicenni, ignoravo molte cose.

Non sapevo, ad esempio, chi fosse Giovanni Falcone e non sapevo con precisione cosa fosse la mafia.

Il 23 maggio 1992, nel modo più brutale e diretto, ho fatto un passo nella consapevolezza:  Giovanni Falcone era un magistrato che faceva il suo dovere e la mafia era una cosa capace di piazzare cinque quintali di tritolo e far saltare in aria essere umani. Una cosa vigliacca, una cosa spietata. Una cosa lontana dalla civiltà.

Ho imparato, negli anni, che la mafia non è affatto lontana e che i mafiosi sono dappertutto. Li incontriamo ogni giorno senza saperlo. Si confondono con la gente perbene. Non sono solo i piccoli criminali inviati a colpire nell’ombra qualche personaggio “scomodo”, non sono soltanto i contadini analfabeti incaricati di azionare un pulsante a distanza.

Sono avvocati, giudizi, poliziotti, politici, sono uomini in giacca e cravatta dall’aspetto integerrimo, sono “brave persone” che sono disposte a chiudere un occhio o tutti e due, sono manovratori, burattinai. Sono le “menti finissime” di cui parlava Giovanni Falcone. Sono le istituzioni. E’ lo Stato.

Si è detto molte volte della solitudine in cui è stato costretto a lavorare il giudice Falcone, una solitudine resa ancora più amara dalla violenta campagna diffamatoria di cui è stato vittima. Qualcuno ha avuto dei sospetti. La mafia è questo. La mafia è sospetto. La mafia divide i cittadini e li mette gli uni contro gli altri. Divide et impera.

I mafiosi muoiono, questo è certo. E gli uomini possono essere resi inoffensivi. Possono essere sconfitti. Ciò che non può essere distrutta è l’idea. L’idea che il mondo vada così e che non si possa fare nulla per cambiarlo. Perché siamo troppo piccoli o troppo deboli.

La commemorazione delle vittime è un modo per rinnovare il concetto che siamo contro qualsiasi tipo di intimidazione. Ma la mafia si combatte ogni giorno, si combatte affrontando i sospetti, le prepotenze, le ingiustizie, le minacce, gli avvertimenti. Piccoli o grandi che siano. Si combatte indignandosi per le ingiustizie quotidiane, respingendo l’idea che la mafia esisterà sempre, che non possiamo farci nulla.

La mafia non si può combattere, senza opporsi alle impercettibili mafie quotidiane che incontriamo continuamente: a scuola, a lavoro, fra amici.

Anche gli eroi si possono uccidere, si possono screditare, si possono dimenticare. Ciò che non può essere sconfitto, né dalla mafia come idea, né dai piccoli mafiosi di quartiere, né dai capi di cosa nostra e neanche dai politici collusi, è il disgusto di ogni persona perbene per qualsiasi tipo di coercizione, intimidazione, di imposizione, da qualsiasi punto e da qualsiasi “altezza” essa giunga. Il rifiuto di chiudere gli occhi e far finta che la cosa non riguardi tutti noi.

Siamo tutti vittime di mafia, ed è così che dovremmo sentirci, ogni giorno.

GIOVANNI FALCONE magistrato italiano. Assassinato insieme alla moglie  e alla scorta il 23 maggio 1992.

Come lui:

1893
EMANUELE NOTARBARTOLO

1896
EMANUELA SANSONE

1905
LUCIANO NICOLETTI

1906
ANDREA ORLANDO

1909

JOE PETROSÌNO

1911
LORENZO PANEPINTO

1914
MARIANO BARBATO
GIORGIO PECORARO

1915
BERNARDINO VERRO

1916
GIORGIO GENNARO

1919
GIOVANNI ZANGARA
COSTANTINO STELLA
GIUSEPPE RUMORE
GIUSEPPE MONTICCIOLO
ALFONSO CANZIO

1920
NICOLO’ ALONGI
PAOLO LI PUMA
CROCE DI GANGI
PAOLO MIRMINA
GIOVANNI ORCEL
STEFANO CARONIA

1921
PIETRO PONZO
VITO STASSI
GIUSEPPE CASSARA’
VITO CASSARA’
GIUSEPPE COMPAGNA

1922
DOMENICO SPATOLA
MARIO SPATOLA
PIETRO SPATOLA
PAOLO SPATOLA
SEBASTIANO BONFIGLIO
ANTONINO SCUDERI

1924
ANTONINO CIOLINO

1944
SANTI MILISENNA
ANDREA RAJA

1945
CALOGERO COMAIANNI
NUNZIO PASSAFIUME
FILIPPO SCIMONE
CALCEDONIO CATALANO
AGOSTINO D’ALESSANDRO
CALOGERO CICERO
FEDELE DE FRANCISCA
MICHELE DI MICELI
MARIO PAOLETTI
ROSARIO PAGANO
GIUSEPPE SCALIA
GIUSEPPE PUNTARELLO

1946
ANGELO LOMBARDI
VITTORIO EPIFANI
VITANGELO CINQUEPALMI
IMERIO PICCINI
ANTONINO GUARISCO
MARINA SPINELLI
GIUSEPPE MISURACA
MARIO MISURACA
GAETANO GUARINO
PINO CAMILLERI
GIOVANNI CASTIGLIONE
GIROLAMO SCACCIA
GIUSEPPE BIONDO
GIOVANNI SANTANGELO
VINCENZO SANTANGELO
GIUSEPPE SANTANGELO
GIOVANNI SEVERINO
PAOLO FARINA
NICOLO’ AZOTI
FIORENTINO BONFIGLIO
MARIO BOSCONE
FRANCESCO SASSANO
EMANUELE GRECO
GIOVANNI LA BROCCA
VITTORIO LEVICO

1947
ACCURSIO MIRAGLIA
PIETRO MACCHIARELLA
NUNZIO SANSONE
EMANUELE BUSELLINI
MARGHERITA CLESCERI
GIOVANNI GRIFO’
GIORGIO CUSENZA
CASTRENZE INTRAVAIA
VINCENZINA LA FATA
SERAFINO LASCARI
GIOVANNI MEGNA
FRANCESCO VICARI
VITO ALLOTTA
GIUSEPPE DI MAGGIO
FILIPPO DI SALVO
VINCENZO LA ROCCA
VINCENZA SPINA
PROVVIDENZA GRECO
MICHELANGELO SALVIA
GIUSEPPE CASARRUBEA
VINCENZO LO IACONO
GIUSEPPE MANIACI
CALOGERO CAJOLA
VITO PIPITONE
LUIGI GERONAZZO

1948
EPIFANIO LI PUMA
PLACIDO RIZZOTTO
GIUSEPPE LETIZIA
CALOGERO CANGELOSI
MARCANTONIO GIACALONE
ANTONIO GIACALONE
ANTONIO DI SALVO
NICOLA MESSINA
CELESTINO ZAPPONI
GIOVANNI TASQUIER

1949
CARLO GULINO
FRANCESCO GULINO
CANDELORO CATANESE
MICHELE MARINARO
CARMELO AGNONE
QUINTO REDA
CARMELO LENTINI
PASQUALE MARCONE
ARMANDO LODDO
SERGIO MANCINI
ANTONIO BUBUSA
GABRIELE PALANDRANI
GIOVAN BATTISTA ALCE
ILARIO RUSSO
GIOVANNI CALABRESE
GIUSEPPE FIORENZA
SALVATORE MESSINA
FRANCESCO BUTIFAR

1952
FILIPPO INTILE

1955
SALVATORE CARNEVALE
GIUSEPPE SPAGNUOLO

1957
PASQUALE ALMERICO
ANTONINO POLLARI

1958
VINCENZO DI SALVO
VINCENZO SAVOCA

1959
ANNA PRESTIGIACOMO
GIUSEPPINA SAVOCA
VINCENZO PECORARO
ANTONINO PECORARO

1960
ANTONINO DAMANTI
COSIMO CRISTINA
PAOLO BONGIORNO

1961
PAOLINO RICCOBONO
GIACINTO PULEO

1962

ENRICO MATTEI

1963
GIUSEPPE TESAURO
MARIO MALAUSA
SILVIO CORRAO
CALOGERO VACCARO
PASQUALE NUCCIO
EUGENIO ALTOMARE
GIORGIO CIACCI
MARINO FARDELLI

1966
CARMELO BATTAGLIA

1967
GIUSEPPE PIANI
NICOLA MIGNOGNA

1968
FRANCESCO PIGNATARO
GIUSEPPE BURGIO

1969
ORAZIO COSTANTINO

1970
MAURO DE MAURO

1971
PIETRO SCAGLIONE
ANTONINO LORUSSO
VINCENZO RICCARDELLI

1972
GIOVANNI SPAMPINATO

1974
ANGELO SORINO
EMANUELE RIBOLI

1975
CALOGERO MORREALE
GAETANO CAPPIELLO
FRANCESCO FERLAINO

1976
GERARDO D’ARMINIO
GIUSEPPE MUSCARELLI
PASQUALE CAPPUCCIO
CATERINA LIBERTI
SALVATORE FALCETTA
CARMINE APUZZO
SALVATORE LONGO
SALVATORE BUSCEMI

1977
ROCCO GATTO
STEFANO CONDELLO
VINCENZO CARUSO
GIUSEPPE RUSSO
FILIPPO COSTA
ATTILIO BONINCONTRO

1978
UGO TRIOLO
GIUSEPPE IMPASTATO
ANTONIO ESPOSITO FERRAIOLI
SALVATORE CASTELBUONO

1979
FILADELFIO APARO
MARIO FRANCESE
MICHELE REINA
GIORGIO AMBROSOLI
BORIS GIULIANO
CALOGERO DI BONA
CESARE TERRANOVA
LENIN MANCUSO
GIOVANNI BELLISSIMA
SALVATORE BOLOGNA
DOMENICO MARRARA
VINCENZO RUSSO
GIULIANO GIORGIO
LORENZO BRUNETTI
ANTONINO TRIPODO
ROCCO GIUSEPPE BARILLA’
GIUSEPPE MARTURANO

1980
DOMENICO MARTURANO
PIERSANTI MATTARELLA
GIUSEPPE VALARIOTI
EMANUELE BASILE
GIANNINO LOSARDO
PIETRO CERULLI
GAETANO COSTA
CARMELO JANNI’
DOMENICO BENEVENTANO
MARCELLO TORRE
VINCENZO ABATE

1981
VITO JEVOLELLA
SEBASTIANO BOSIO
ONOFRIO VALVOLA
LEOPOLDO GASSANI
GIUSEPPE GRIMALDI
VINCENZO MULE’
DOMENICO FRANCAVILLA
MARIANO VIRONE

1982
LUIGI D’ALESSIO
SALVATORE STALLONE
ANTONIO FONTANA
NICOLÒ PIOMBINO
ANTONIO SALZANO
PIO LA TORRE
ROSARIO DI SALVO
GENNARO MUSELLA
GIUSEPPE LALA
DOMENICO VECCHIO
RODOLFO BUSCEMI
MATTEO RIZZUTO
SILVANO FRANZOLIN
SALVATORE RAITI
GIUSEPPE DI LAVORE
ANTONINO BURRAFATO
SALVATORE NUVOLETTA
ANTONIO AMMATURO
PASQUALE PAOLA
PAOLO GIACCONE
VINCENZO SPINELLI
CARLO ALBERTO DALLA CHIESA
EMANUELA SETTI CARRARO
DOMENICO RUSSO
CALOGERO ZUCCHETTO
CARMELO CERRUTO
SIMONETTA LAMBERTI
GIULIANO PENNACCHIO
ANDREA MORMILE
LUIGI CAFIERO
GRAZIANO ANTIMO
GENNARO DE ANGELIS
ANTONIO VALENTI
LUIGI DI BARCA
GIOVANNI FILIANO

1983
GIANGIACOMO CIACCIO MONTALTO
PASQUALE MANDATO
SALVATORE POLLARA
MARIO D’ALEO
GIUSEPPE BOMMARITO
PIETRO MORICI
BRUNO CACCIA
ROCCO CHINNICI
SALVATORE BARTOLOTTA
MARIO TRAPASSI
STEFANO LI SACCHI
SEBASTIANO ALONGHI
FRANCESCO BUZZITI
FRANCESCO IMPOSIMATO
DOMENICO CELIENTO
CRISTIANO ANTONIO
NICANDRO IZZO
FABIO CORTESE
SALVATORE MUSARO’
OTTAVIO ANDRIOLI

1984
GIUSEPPE FAVA
RENATA FONTE
COSIMO QUATTROCCHI
FRANCESCO QUATTROCCHI
COSIMO QUATTROCCHI
MARCELLO ANGELINI
SALVATORE SCHIMMENTI
GIOVANNI CATALANOTTI
ANTONIO FEDERICO
PAOLO CANALE
LEONARDO VITALE
GIOVANBATTISTA ALTOBELLI
LUCIA CERRATO
ANNA MARIA BRANDI
ANNA DE SIMONE
GIOVANNI DE SIMONE
NICOLA DE SIMONE
LUISELLA MATARAZZO
MARIA LUIGIA MORINI
FEDERICA TAGLIALATELA
ABRAMO VASTARELLA
PIER FRANCESCO LEONI
SUSANNA CAVALLI
ANGELA CALVANESE
CARMINE MOCCIA
VALERIA MORATELLO
FRANCO PUZZO
MICHELE BRESCIA
SANTO CALABRESE
ANTIOCO COCCO
VINCENZO VENTO
PIETRO BUSETTA
SALVATORE SQUILLACE

1985
PIETRO PATTI
GIUSEPPE MANGANO
GIOACCHINO TAGLIALATELA
SERGIO COSMAI
GIOVANNI CARBONE
BARBARA RIZZO ASTA
GIUSEPPE ASTA
SALVATORE ASTA
BEPPE MONTANA
ANTONINO CASSARÀ
ROBERTO ANTIOCHIA
GIUSEPPE SPADA
GIANCARLO SIANI
BIAGIO SICILIANO
GIUDITTA MILELLA
CARMINE TRIPODI
GRAZIELLA CAMPAGNA
MORELLO ALCAMO
GIUSEPPE MACHEDA
ROBERTO PARISI

1986
PAOLO BOTTONE
GIUSEPPE PILLARI
FILIPPO GEBBIA
ANTONIO MORREALE
FRANCESCO ALFANO
ANTONIO PIANESE
VITTORIO ESPOSITO
SALVATORE BENIGNO
CLAUDIO DOMINO
FILIPPO SALSONE
ANTONIO SABIA
GIOVANNI GIORDANO
NUNZIATA SPINA

1987
GIUSEPPE RECHICHI
ROSARIO IOZIA
GIUSEPPE CUTRONEO
ROSARIO MONTALTO
SEBASTIANO MORABITO
ANTONIO CIVININI
CARMELO IANNÒ
CARMELO GANCI
LUCIANO PIGNATELLI
GIOVANNI DI BENEDETTO
COSIMO ALEO

1988
GIUSEPPE INSALACO
GIUSEPPE MONTALBANO
NATALE MONDO
DONATO BOSCIA
ALBERTO GIACOMELLI
ANTONINO SAETTA
STEFANO SAETTA
MAURO ROSTAGNO
LUIGI RANIERI
CARMELO ZACCARELLO
GIROLAMO MARINO
ANIELLO CORDASCO
GIULIO CAPILLI
PIETRO RAGNO

1989
FRANCESCO CRISOPULLI
GIUSEPPE CARUSO
FRANCESCO PEPI
MARCELLA TASSONE
NICOLA D’ANTRASSI
VINCENZO GRASSO
PAOLO VINCI
SALVATORE INCARDONA
ANTONINO AGOSTINO
IDA CASTELLUCCI
GRAZIA SCIME’
DOMENICO CALVIELLO
GIUSEPPE SALVIA
ANNA MARIA CAMBRIA
CARMELA PANNONE
PIETRO GIRO
DONATO CAPPETTA
CALOGERO LORIA

1990
NICOLA GIOITTA IACHINO
EMANUELE PIAZZA
GIUSEPPE TRAGNA
MASSIMO RIZZI
GIOVANNI BONSIGNORE
ANTONIO MARINO
ROSARIO LIVATINO
ALESSANDRO ROVETTA
FRANCESCO VECCHIO
ANDREA BONFORTE
GIOVANNI TRECROCI
SAVERIO PURITA
ANGELO CARBOTTI
DOMENICO CATALANO
MARIA MARCELLA
VINCENZO MICELI
ELISABETTA GAGLIARDI
GIUSEPPE ORLANDO
MICHELE ARCANGELO TRIPODI
PIETRO CARUSO
NUNZIO PANDOLFI
ARTURO CAPUTO
ROBERTO TICLI
MARIO GRECO
ROSARIO SCIACCA
GIUSEPPE MARNALO
FRANCESCO OLIVIERO
COSIMO DURANTE
ANGELO RAFFAELE LONGO
CATALDO D’IPPOLITO

1991
VALENTINA GUARINO
ANGELICA PIRTOLI
GIUSEPPE SCEUSA
SALVATORE SCEUSA
VINCENZO LEONARDI
ANTONIO CARLO CORDOPATRI
ANGELO RICCARDO
ANDREA SAVOCA
DOMENICO RANDÒ
SANDRA STRANIERI
ANTONINO SCOPELLITI
LIBERO GRASSI
FABIO DE PANDI
GIUSEPPE ALIOTTO
ANTONIO RAMPINO
SILVANA FOGLIETTA
SALVATORE D’ADDARIO
RENATO LIO
GIUSEPPE LEONE
FRANCESCO TRAMONTE
PASQUALE CRISTIANO
STEFANO SIRAGUSA
ALBERTO VARONE
FELICE DARA
VINCENZO SALVATORI
SERAFINO OGLIASTRO
VITO PROVENZANO
GIUSEPPE GRIMALDI
SALVATORE TIENI
NICOLA GUERRIERO

1992
SALVATORE AVERSA
LUCIA PRECENZANO
PAOLO BORSELLINO
ANTONIO RUSSO
ANTONIO SPARTÀ
SALVATORE SPARTÀ
VINCENZO SPARTÀ
FORTUNATO ARENA
CLAUDIO PEZZUTO
SALVATORE MINEO
ALFREDO AGOSTA
GIULIANO GUAZZELLI
GIOVANNI FALCONE
FRANCESCA MORVILLO
ROCCO DI CILLO
ANTONINO MONTINARO
VITO SCHIFANI
PAOLO BORSELLINO
AGOSTINO CATALANO
WALTER EDDIE COSINA
EMANUELA LOI
VINCENZO LI MULI
CLAUDIO TRAÌNA
RITA ÀTRIA
PAOLO FICALÒRA
PASQUALE DI LORENZO
GIOVANNI PANUNZIO
GAETANO GIORDANO
GIUSEPPE BORSELLINO
SAVERIO CIRRINCIONE
ANTONIO TAMBORINO
MAURO MANIGLIO
RAFFAELE VITIELLO
EMANUELE SAÙNA
ANTONINO SIRAGUSA
LUCIO STIFANI

1993
BEPPE ALFANO
ADOLFO CARTISANO
PASQUALE CAMPANELLO
NICOLA REMONDINO
DOMENICO NICOLÒ PANDOLFO
MAURIZIO ESTATE
FABRIZIO NENCIONI
ANGELA FIUME
NADIA NENCIONI
CATERINA NENCIONI
DARIO CAPOLICCHIO
CARLO LA CATENA
STEFANO PICERNO
SERGIO PASOTTO
ALESSANDRO FERRARI
MOUSSAFIR DRISS
DON GIUSEPPE PUGLISI
RAFFAELE DI MERCURIO
ANDREA CASTELLI
ANGELO CARLISI
RICCARDO VOLPE
ANTONINO VASSALLO
FRANCESCO NAZZARO
LORIS GIAZZON

1994
VINCENZO GAROFALO
ANTONINO FAVA
DON GIUSEPPE DIANA
ILARIA ALPI
MIRAN HROVATIN
ENRICO INCOGNITO
LUIGI BODENZA
IGNAZIO PANEPINTO
MARIA TERESA PUGLIESE
GIOVANNI SIMONETTI
SALVATORE BENNICI
CALOGERO PANEPINTO
FRANCESCO MANISCALCO
NICHOLAS GREEN
MELCHIORRE GALLO
GIUSEPPE RUSSO
COSIMO FABIO MAZZOLA
GIROLAMO PALAZZOLO
LEONARDO CANCIARI
LlLIANA CARUSO
AGATA ZUCCHERO
LEONARDO SANTORO

1995
FRANCESCO BRUGNANO
GIUSEPPE DI MATTEO
FRANCESCO MARCONE
SERAFINO FAMÀ
GIOACCHINO COSTANZO
PETER IWULE ONJEDEKE
FORTUNATO CORREALE
ANTONINO BUSCEMI
GIUSEPPE MONTALTO
GIUSEPPE CILIA
GIUSEPPE GIAMMONE
GIOVANNI CARBONE
CLAUDIO MANCO
FRANCESCO TAMMONE
ANTONIO BRANDI
ANTONIO MONTALTO
ANTONINO MONTELEONE

1996
GIUSEPPE PUGLISI
ANNA MARIA TORNO
GIOVANNI ATTARDO
DAVIDE SANNINO
SANTA PUGLISI
SALVATORE BOTTA
SALVATORE FRAZZETTO
GIACOMO FRAZZETTO
MARIA ANTONIETTA SAVONA
RICCARDO SALERNO
GIOACCHINO BISCEGLIA
ROSARIO MINISTERI
CALOGERO TRAMÙTA
PASQUALE SALVATORE MAGRI’

1997
GIUSEPPE LA FRANCA
CIRO ZIRPOLI
GIULIO CASTELLINO
AGATA AZZOLINA
RAFFAELLA LUPOLI
SILVIA RUOTOLO
ANGELO BRUNO
LUIGI CANGIANO
FRANCESCO MARZANO
ANDREA DI MARCO
AGATINO DIOLOSA’
VINCENZO ARATO

1998
INCORONATA SOLLAZZO
MARIA INCORONATA RAMELLA
ERILDA ZTAUSCI
ENRICO CHIARENZA
SALVATORE DI FALCO
ROSARIO FLAMINIO
ALBERTO VALLEFUOCO
GIUSEPPINA GUERRIERO
LUIGI IOCULANO
DOMENICO GERACI
ANTONIO CONDELLO
MARIANGELA ANZALONE
GIUSEPPE MESSINA
GRAZIANO MUNTONI
GIOVANNI GARGIULO
GIOVANNI VOLPE
GIUSEPPE RADICIA
ORAZIO SCIASCIO
GIUSEPPE IACONA
DAVIDE LADINI
SAVERIO IERACI
ANTONIO FERRARA

1999
SALVATORE OTTONE
EMANUELE NOBILE
ROSARIO SALERNO
STEFANO POMPEO
FILIPPO BASILE
HISO TELARAY
MATTEO DI CANDIA
VINCENZO VACCARO NOTTE
LUIGI PULLI
RAFFAELE ARNESANO
RODOLFO PATERA
ENNIO PETROSINO
ROSA ZAZA
ANNA PACE
SANDRO SCARPATO
MARCO DE FRANCHIS

2000
ANTONIO LIPPIELLO
SALVATORE VACCARO NOTTE
ANTONIO SOTTILE
ALBERTO DE FALCO
FERDINANDO CHIAROTTI
FRANCESCO SCERBO
GIUSEPPE GRANDOLFO
DOMENICO STANISCI
DOMENICO GULLACI
MARIA COLANGIULI
HAMDI LALA
GAETANO DE ROSA
SAVERIO CATALDO
DANIELE ZOCCOLA
SALVATORE ROSA
GIUSEPPE FALANGA
LUIGI SEQUINO
PAOLO CASTALDI
GIUSEPPE MANFREDA
GIANFRANCO MADIA
VALENTINA TERRACCIANO
RAFFAELE IORIO
FERDINANDO LIQUORI

2001
GIUSEPPE ZIZOLFI
TINA MOTOC
MICHELE FAZIO
CARMELO BENVEGNA
STEFANO CIARAMELLA

2002
FEDERICO DEL PRETE
TORQUATO CIRIACO
MAURIZIO D’ELIA

2003
DOMENICO PACILIO
GAETANO MARCHITELLI
CLAUDIO TAGLIATATELA
PAOLINO AVELLA
MICHELE AMICO

2004
BONIFACIO TILOCCA
ANNALISA DURANTE
STEFANO BIONDI
PAOLO RODA’
GELSOMINA VERDE
DARIO SCHERILLO
MATILDE SORRENTINO
FRANCESCO ESTATICO
FABIO NUNNERI
MASSIMO CARBONE
TONINO MAIORANO

2005
FRANCESCO ROSSI
ATTILIO ROMANO’
GIANLUCA CONGIUSTA
FORTUNATO LAROSA
FRANCESCO FORTUGNO

2006
FEDELE SCARCELLA

fonte: http://www.peppinoimpastato.com

Canto di Natale – C. Dickens

Canto di Natale – C. Dickens

ARTICOLO ORIGINALE QUI

«Marley era morto, tanto per cominciare. Non c’era dubbio su ciò: il suo atto di morte era firmato dal pastore, dal coadiutore, dall’uomo delle pompe funebri e dal capo dei piagnoni. L’aveva firmato anche Scrooge, ed il nome di Scrooge alla Borsa degli scambi valeva per qualunque cosa a cui egli decidesse di metter mano».

Questa è la presentazione che in Canto di Natale (edizione BUR con la traduzione di Maria Luisa Fehr) Charles Dickens fa del suo personaggio, Ebenezer Scrooge, un uomo che gode di gran credito in Borsa. Le virtù di Ebenezer Scrooge sono, infatti, tutte racchiuse nel suo patrimonio, al di fuori del quale non ha molto che lo raccomandi. Spilorcio e misantropo, Scrooge è un arido banchiere londinese che vive per far fruttare il suo capitale, come tale detesta la domenica, impedimento alla sua attività commerciale, e odia particolarmente il Natale, festività stucchevole e inutile. La vita sterile e piatta di Scrooge è, dunque, sconvolta dall’apparizione inaspettata di Marley, il vecchio socio, morto sette anni prima, tornato dall’Oltretomba per avvisarlo dei molti tormenti che aspettano chi in vita non fa altro che accumulare denaro. La visione terrificante di Marley, oppresso da catene e lucchetti (simbolo della vita priva di umanità che ha condotto), precede una visita ancora più spaventosa, quella di tre spiriti: lo Spirito del Natale Passato, del Natale Presente e infine del Natale Futuro. Nel Natale Passato Scrooge è un bambino introverso che vorrebbe lasciare la tetra scuola dove studia e far ritorno al calore della famiglia, poi è un giovane apprendista contabile presso lo studio del benevolo Fezziwig, dove conosce Bella di cui s’innamora e che promette di sposare. Infine è un ricco banchiere che decide di spezzare il cuore della sua ragazza, lasciandola perché non ha dote. Le ultime immagini mostrate al vecchio Scrooge dallo Spirito, riguardano proprio Bella molti anni dopo, sposa e madre, povera ma felice, che commenta sarcasticamente la solitudine in punto di morte di Marley, abbandonato anche dal suo socio e “amico” Scrooge.

L’urlo terrorizzato di Ebenezer interrompe la visione, ma solo per introdurre il secondo degli Spiriti: quello del Natale Presente, che mostra al vecchio come il resto del mondo sta trascorrendo la Vigilia. C’è chi è costretto a lavorare in miniera, ma trova il tempo di intonare un canto natalizio attorno al fuoco, c’è chi condivide la solitudine di un faro, come i due guardiani che si scambiano gli auguri con un brindisi, c’è chi è imbarcato, circondato dall’oceano, lontano da casa chilometri, e dedica un pensiero alla propria famiglia. C’è Bob Cratchit, l’umile impiegato sfruttato da Scrooge, che trascorre un Natale sereno con la sua famiglia nonostante la malattia del piccolo Tim e la profonda miseria della sua casa, e infine c’è suo nipote Fred, che, a tavola con i suoi cari, rivolge un pensiero beffardo allo zio che detesta il Natale. L’ultimo spettro, quello del Natale Futuro, è il più orribile, una silenziosa e imponente figura ammantata che indica a Scrooge ciò che succederà alla sua morte: non avendo famiglia né amici, il denaro e i beni accumulati saranno razziati e spartiti fra estranei, nessuno piangerà la sua morte e anzi la sua intera esistenza sarà derisa da tutti. Scrooge si risveglia la mattina di Natale, cambiato come se fossero trascorsi mille anni: da taccagno, arido e misantropo, si trasforma in un uomo gentile e generoso e riesce così a salvare la propria anima. In questo brevissimo racconto c’è gran parte del suggestivo e concreto mondo di Charles Dickens, a metà strada fra finzione gotica e l’avventura picaresca, senza trascurare la profonda analisi delle tematiche sociali del tempo: lo sfruttamento, il capitalismo sfrenato, la povertà.

Lo scrittore anglosassone è stato capace di erigere e mitizzare, su un palcoscenico apparentemente angusto, il personaggio del Misantropo e del Taccagno per eccellenza; una figura che ha ispirato decine e decine di rifacimenti (famoso il cortometraggio della Disney del 1983 con protagonista Topolino e Zio Paperone, versione “fumettistica” dello Scrooge dickensiano), facendo leva non soltanto su quelli che banalmente si potrebbero classificare come “buoni sentimenti” ma su un impulso più profondo, sul senso stesso di “umanità”, che scatena un sentimento ben diverso dalla semplice commozione. Una storia commovente possono scriverla in molti, una che tocchi e faccia a lungo vibrare le corde più profonde dell’animo è capacità del grande narratore, ma una storia che abbia per protagonista l’Umanità e le sue paure, che abbracci il Sentimento Universale, la globalità dell’universo emozionale, è riservata soltanto al genio. Nel “Canto di Natale” accade questo. Non è la storia di un taccagno che si ravvede dopo aver conosciuto la miseria, né un racconto fantastico di spettri, se così fosse, finita la lettura, nessuno proverebbe turbamento. Ciò che Charles Dickens impietosamente mostra, non solo all’arido Scrooge, ma a tutti i suoi lettori, è quello che nessun uomo potrebbe sostenere: osservare con nuova chiarezza, ma senza poter reagire, gli errori passati ormai irreparabili, conoscere le spietate opinioni degli altri sulla propria persona, senza il filtro artificioso del buon senso, osservare la propria lapide dimenticata e, la cosa più terribile, prendere coscienza dell’indifferenza e del giudizio dei vivi di fronte alla tragedia più grande, la propria morte.

Dickens realizza i tre inconsci (e più temuti) desideri dell’Uomo: rivivere il proprio passato, sapere ciò che si dice davvero di noi, vedere come il mondo reagisce alla nostra morte. È in questi tre elementi che risiede la potenza dirompente del racconto di Natale che, lungi dall’essere un semplice “canto natalizio”, può essere meglio definito come un “canto universale”, il racconto di segrete angosce assolute, e che come tale non solo commuove, non solo tocca le corde più profonde dell’animo umano, ma soprattutto, parlando un linguaggio fatto di atavica empatia, porta il lettore a una compenetrazione completa, a parteggiare caldamente per il vecchio Scrooge, perché nel vecchio Scrooge c’è ogni uomo. Scrooge cambia e diventa “buono” (in realtà riscopre soltanto il suo lato “umano”), ma il passaggio dall’uno all’altro stato si compie vivendo l’orrore del passato, del presente e del futuro. La certezza del dolore, che passa da sensazione interna a immagine esterna, sollecita il cambiamento, per questa ragione Scrooge deve necessariamente attraversare l’inferno (dantesco) del proprio io prima di potersi salvare e così facendo traccia la strada, lasciando a noi, con il “Canto di Natale”, la possibilità di salvarci, prima che i nostri spettri vengano a trovarci.

Jane Austen è sempre moderna.

Jane Austen è sempre moderna.

ARTICOLO ORIGINALE QUI

fonte foto: www.pemberley.com

Ha compiuto 236 anni il 16 dicembre e non ha una ruga.

Chi? Jane Austen! La Scrittrice.

A una fanciulla inglese di inizio Ottocento è concesso tenere un diario, scrivere poesie d’amore o lunghe lettere ai familiari, ma quando raggiunge l’età per sposarsi deve mettere via inchiostro e calamaio e dedicarsi esclusivamente al marito, alla casa e ai figli. La letteratura distrae dall’innato compito di ogni donna di far felice suo marito e sono poche, infatti, le donne che baratterebbero un buon matrimonio per un buon libro.

Solo che Jane non è come le altre.

La passione per la scrittura non è l’hobby di una fanciulla annoiata in attesa di un matrimonio vantaggioso, ma una necessità vitale, sbocciata nella biblioteca paterna e nutrita dai circa 500 volumi che George Austen, pastore anglicano, possiede.

Jane, però, non è una fredda zitella orgogliosa, sposata con i suoi libri; è carina, ha diversi corteggiatori, è spiritosa (anche troppo, forse, per l’epoca), è intelligente e ama i balli e i pettegolezzi; a vent’anni si prende una cotta per un certo Tom Lefroy, amore osteggiato dall’impedimento meno romantico del mondo: il denaro.

Ma in definitiva è la Letteratura la vera passione.

Il famosissimo incipit di Orgoglio e Pregiudizio, il romanzo più famoso (“È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie”) racchiude in sé il tema ricorrente degli scritti di Jane Austen: l’affettuosa derisione delle convenzioni sociali.

Jane è una “ragazzaccia”: come la sua eroina Lizzy, possiede uno humour atipico per una giovane donna in età da marito, sa essere frivola quando vuole, senza rinunciare all’intelligenza, divertendosi a spiazzare i suoi interlocutori.

Il bisogno di raccontare prevale sulla paura di rimanere sola e anche se, in un momento di debolezza, Jane accetta la proposta di matrimonio di un ricco latifondista, Harris Bigg-Wither, dopo appena una notte, rinnega la promessa e scappa via (eccezionalmente emancipata per essere una lady ottocentesca, no?).

Jane non poteva rinunciare alla sua passione, a meno che questa non fosse stata superata dall’amore per suo marito (e sarebbe stato arduo, essendo Harris Bigg-Wither rozzo e alquanto insignificante, secondo le fonti).

Non ha avuto figli in carne e ossa, ma figli fatti di fogli e parole: forse amava troppo la letteratura per separarsene, forse non ha mai incontrato un “uomo per il quale valesse la pena di smettere di civettare”, come ironicamente affermava lei stessa. In ogni caso dobbiamo ringraziare la povertà di Tom Lefroy e la rozzezza di Harris Bigg-Wither, per non aver sottratto alla Letteratura quella che Virginia Woolf definì “l’artista più perfetta tra le donne”.

Favole moderne per bambini-grandi e grandi-bambini: Gianni Rodari

Favole moderne per bambini-grandi e grandi-bambini: Gianni Rodari

E’ online HEYKIDDO la rivista online dedicata ai più giovani (e a chi si sente sempre giovane) che parla di letteratura e non solo. Io curo la rubrica “Da grande sarò così”, e oggi si parla di GIANNI RODARI:

articolo originale QUI

C’era una volta la grammatica italiana, una vecchia signora con una borsa piena zeppa di regole indispensabili ma talmente noiose che non c’era un solo bambino che volesse avere a che fare con lei. Così, da un lato l’infelice grammatica soffriva la solitudine e diventava sempre più vecchia e spenta e dall’altro i poveri bambini soffrivano per le bacchettate dei maestri e non riuscivano a scrivere una frase senza metterci dentro due o tre errori.

Un bel giorno, a un signore simpatico che faceva lo scrittore, venne un’idea per aiutare la grammatica e contemporaneamente salvare i bambini.

Andò dalla prima, ch’era diventata una vecchia bisbetica e sciatta, e la ripulì dalla testa ai piedi, le diede un abito nuovo e pulito, poi tirò fuori dalla sua borsa tutte quelle regole macchiate dal tempo, e le riscrisse in bella copia, su fogli fatti di nuvole e con inchiostro d’arcobaleno.

Infine presentò la nuova grammatica tirata a lucido ai bambini.

Fu amore a prima vista: la grammatica non riusciva a credere ai suoi occhi, era sempre stata bistrattata da tutti e ora invece tirava fuori dalla borsa acca nuove di zecca, accenti e punti interrogativi e li consegnava ai bambini felici, come fossero caramelle.

Quel gentile e ingegnoso signore si chiamava Gianni Rodari e il miracolo che trasformò la vecchia, brontolona e noiosa grammatica italiana in una divertente favola che i bambini di tutta Italia impararono ad amare, è raccontato nei suoi libri. Ma non fu il suo solo prodigio, questo.

Gianni Rodari aveva il dono di far crescere i bambini e far tornare bambini gli adulti, di mutare cose normali e per nulla affascinanti nei protagonisti di un racconto bizzarro e divertente.

Quanti sarebbero capaci di trasformare cipolle, limoni e pomodori in eroi di un libro avventuroso? Nelle Avventure di Cipollino, Gianni Rodari l’ha fatto.

Come insegnare ai bambini a odiare le bugie e a considerarle perfino innaturali? Basta condurli per mano assieme a Gelsomino, nel paese dei Bugiardi, dove i gatti abbaiano e i cani miagolano e chi dice la verità finisce in manicomio.

Come trasformare un comune ragioniere in un brillante cantastorie, che ogni sera racconta Favole al Telefono alla figlioletta per farla addormentare?

Basta essere Gianni Rodari, ossia un affabile illusionista delle parole che nel cilindro della sua fantasia mette regole, limiti e quotidianità e tira fuori scintille luminose, risate contagiose e filastrocche in rima.

Gianni Rodari aveva il dono rarissimo, anche per chi di mestiere scrive libri per ragazzi, di leggere la realtà su un piano diverso e raccontarla ai bambini come l’avrebbe raccontata uno di loro.

E per noi che ormai siamo cresciuti, leggere le sue favole è come ritrovare, con un pizzico di malinconia, il compagno di giochi con cui amavamo ridere e chiacchierare durante i lontani e assolati pomeriggi d’estate.

 

La musica garage, Salerno e la movida: intervista ai Bidons

La musica garage, Salerno e la movida: intervista ai Bidons

Il 30 aprile 2012 è uscito il loro primo CD, Granma Killer!!! – autoprodotto e distribuito da Area Pirata/www.areapirata.com e registrato sotto la direzione di Guido Torre all’HH Studio di Solofra (AV) – presentato in un’inconsueta  e appassionante versione acustica da Disclan (dove il CD è in vendita, www.facebook.com/disclan) durante il Record Store Day e dato interamente in pasto al pubblico nel saltellante “release party” del Mermaid’s (SA).

Aprile è stato un mese pieno di lavoro ma anche di soddisfazioni personali per i Bidons, band ampiamente conosciuta nel circuito underground campano, a cui mancava soltanto “la parola”. E la parola è Granma Killer!!! un album pieno di energia, nato dalla voglia di fare pezzi originali, il risultato, in altre parole, di una “maturità musicale” duramente conquistata sui palchi più disparati.

Una “maturità” puramente musicale, beninteso, perché i Bidons “fanno sul serio”, ma solo quando si scherza. A dispetto del nome (nato da un delirio alcolico-lisergico post concerto degli Stooges del chitarrista Nico Plescia / Sguinio, che in piena crisi mistica rivelò il nome ai membri della band) ci si può fidare dei Bidons, se si tratta di divertirsi. La curiosità ci porta a volerne sapere di più: ne è nata un’intervista che affronta i temi semiseri della musica, del futuro e della situazione salernitana in maniera spassosa e allo stesso tempo consapevole.

1) I Bidons sono un gruppo garage, ma non un semplice revival degli anni ’60: cosa è “vintage” nella vostra musica e cosa è invece “attuale”?

La matrice è vintage, deriva dalla musica che ascoltiamo che va dal garage al punk al rock al country e al beat.

Di attuale c’è che non vogliamo essere un semplice gruppo “cartolina” degli anni 60 e 70, non ci interessa. Noi vogliamo dire la nostra, oggi, in maniera semplice e facendo divertire il pubblico: se la gente non balla non siamo contenti!

2) Granma Killer è uscito quest’anno, ma la sua “storia” è più vecchia, in poche parole: com’è nato?

Il titolo è frutto del caso e di un “incidente” di percorso (chiamiamolo così), ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale. L’album, invece, è stato un parto discografico nato dalla voglia di fare brani nostri.

3) Dovendo descrivere in un’unica frase la “filosofia” dei Bidons, che parole usereste?

Tutti possono suonare il r’n'r, tutti devono divertirsi con il r’n'r.

4) Nella vostra scaletta ci sono diverse cover e due sono presenti anche nel disco, come si legano i pezzi scritti negli anni ’60 a quelli del 2012?  siete voi a tornare indietro o è il passato a essere in qualche modo ancora “attuale”? qual è il senso di una “cover”: una reinterpretazione in chiave moderna? un omaggio?

Tutti noi avremmo voluto vivere in quegli anni, ma non avendo una Delorean a disposizione cerchiamo di rievocarli suonando.
In ogni caso era prassi comune all’epoca fare cover di altri gruppi, anche il beat italiano nasce in questo modo. C’è anche da dire che quello che oggi c’è di buono nella musica, strizza l’occhio a quel periodo.
Il senso di quello che facciamo e delle scelte che prendiamo come band è far capire chi siamo, da dove traiamo spunto ed il messaggio che vogliamo trasmettere!!!

5) I Bidons versione acustica visti da Disclan in occasione del Record Store Day hanno raccolto un bel po’ di consensi, ci sono progetti simili in cantiere?

Pensavamo già da un po’ di suonare anche in acustico, ma forse non avevamo ancora gli input giusti. Con Ezio al basso è stato quasi naturale ed il Record Store Day è stata l’occasione giusta per mettersi alla prova. Direi che è andata benissimo, nonostante fossimo solo in quattro. Tra l’altro un set acustico è cosa poco comune nel panorama garage, proprio in virtù della necessità di distorcere e “sporcare” il suono. Il fatto che sia piaciuto ci ha dato conferma che l’idea sia non solo bella e divertente, ma realizzabile e, infatti, stiamo pensando di organizzare una sorta di mini tour con i Valium e i Malatja (altri due notissimi gruppi salernitani – ndA) e portare così il garage, il rock, il beat ed il punk a tutti, in modo più “digeribile”. Profetizziamo il garage per le masse!!!

6) Il concerto al Mermaid’s è andato molto bene. Che impressioni avete avuto voi dal palco?

È stato bellissimo, tutta la serata lo è stata. Anche grazie ai Bubbles che hanno scaldato l’ambiente al meglio e agli amici, arrivati a sorpresa anche da lontano, che hanno ballato fino allo sfinimento!
È una questione di empatia: abbiamo sentito un calore grandissimo ed abbiamo dato il massimo!

7) Che cosa offre Salerno e provincia a chi fa musica e a chi ama la musica in generale?

Attualmente molto poco e l’ ”amministrazione” della città ostacola nettamente sia la musica dal vivo che le selezioni musicali dei Dj in zona centro. Salerno ha perso molto e i gruppi locali non vengono affatto considerati dall’amministrazione, che potrebbe benissimo concedere  più spazi o affiancarli ad artisti di grosso calibro quando questo suonano a Salerno. E’ strano, non capiamo il perché, ma è molto molto triste. Non vogliamo e non abbiamo mai voluto fare polemica, ma spostare i limiti di orario anche solo di un paio di ore nel weekend nel centro storico, ovvero spostare i limiti orari dalle 0.00 alle 2.00 farebbe tutti contenti. Nelle città europee, con le quali l’amministrazione azzarda paragoni, club e venues non subiscono simili limitazioni, anche se si trovano in zone centrali e questo favorisce a creare un gran fermento culturale. Un po’ di flessibilità fa bene a tutti: fare multe salatissime non serve a niente, se non alle casse comunali. Inoltre la “movida”, come amano chiamarla “loro”, per cui Salerno era famosa consentirebbe più incassi anche per il comune. Insomma, più musica = più cultura = più incassi per l’amministrazione e ci guadagniamo tutti!!!
8) Prossimi appuntamenti, concerti, progetti?

Ufficiosamente vi diciamo che a fine mese ci dovrebbe essere un grosso evento in piazza a Salerno, insieme ad altri gruppi, non diciamo di più, ma non prendete impegni per fine maggio! Per il resto abbiamo solo voglia di portare in giro la nostra musica e, quindi, suonare e farvi scatenare!

L’entusiasmo è palpabile e i Bidons ci tengono a sottolineare che in buona parte è dovuto anche alle persone che hanno intorno, per prime le loro donne, gli amici e i Bidons del passato (gli ex batteristi Fernando Manzo e Gaetano De Pacale e l’ex bassista Pino Trotta, che ha abbandonato recentemente la band per motivi lavorativi) e quelli “della panchina” che intervengono quando manca qualche componente per consentire sempre alla band di suonare, ossia Luigi e Marco Sabino (i Valium) e Mirko Salvati (Culture Wars, Vacanza).

Tutto questo ci fa sperare che la fine di maggio arrivi subito, per sapere nei dettagli cosa ci aspetta. Ma è certo che dovremo ballare (e balleremo).

photo credits Katia Itri

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Ascolta Granma Killer!!! su SoundCloud

Charles Dickens: il nostro comune amico

Charles Dickens: il nostro comune amico

ARTICOLO ORIGINALE SU Dietro le Quinte 

Il 9 giugno 1865 un treno attraversava il ponte sul fiume Beult, nei pressi di Staplehurst, nel Kent. Il ponte in manutenzione si spezzò come un fuscello sotto il peso delle carrozze, facendole precipitare nel vuoto. Dieci persone morirono in quello che passò alla storia come “il disastro di Staplehurst”, Charles Dickens viaggiava su quel treno, di ritorno dalla Francia: la sua carrozza si fermò miracolosamente a pochi metri dallo strapiombo. Con sé lo scrittore aveva l’ultimo romanzo a cui stava lavorando, che riuscì a recuperare quasi interamente, dopo aver aiutato i feriti: si trattava di Our Mutual Friend, “Il nostro comune amico”. L’incidente di Staplehurst, dunque, finì bene sia per Dickens che per i suoi lettori. Si deve forse allo “scampato pericolo”, l’atmosfera decisamente più ottimista che si respira, soprattutto se paragonata a quella dell’immediato predecessore, Grandi Speranze, il più triste, probabilmente, fra i romanzi di Dickens. “Il nostro comune amico” (letto nell’edizione Einaudi con traduzione a cura di Luca Lamberti) è la storia di John Harmon, che all’estero è raggiunto dalla notizia della morte del padre, della sua eredità e del vincolo al quale è sottoposta: John potrà ottenere ciò che gli spetta solo sposando Bella Wilfer, una donna che non ha mai visto. In caso contrario, il lascito sarà consegnato nelle mani dei coniugi Boffin, la coppia di ex domestici del padre. John architetta così un piano per studiare l’indole di Bella: decide di assumere un’altra identità. Durante il ritorno a casa confida l’idea al compagno di viaggio appena conosciuto ma, una volta a Londra, questi tenta di ucciderlo. Nel corso della colluttazione, l’aggressore muore, finisce nel Tamigi ed è ripescato da Gaffer Hexam, che di mestiere fa esattamente questo: recuperare cadaveri nel fiume, aiutato da sua figlia Lizzy. Così inizia il romanzo: col tranquillo Tamigi che scorre nella notte e una povera barca che recupera un corpo privo di vita. Al cadavere è attribuita l’identità di John Harmon mentre il vero John può assumere il nome di Rokesmith e diventare segretario dai Boffin, per tenere meglio d’occhio la sua promessa sposa.

Il capitolo iniziale è il punto di unione e di separazione di due storie che si svolgono simmetricamente e che s’incroceranno di nuovo alla fine: la principale, quella di John, Bella e dei coniugi Boffin e quella di Lizzy Hexam, del giovane avvocato Eugene Wrayburn, che di lei s’innamora ricambiato e del malvagio maestro Headstone, rivale in amore di Eugene. Le due trame sono attraversate dalla ricca realtà quotidiana che Dickens sapeva raccontare in maniera così intensa: il sottobosco dei sentimenti, nobili e non, che vive dietro ogni maschera. “Il nostro comune amico” è, infatti, un carosello di travestimenti e finzioni che descrive in maniera più precisa di quanto sembra la vita e l’animo umano. Una sorta di masquerade, dove ognuno recita una parte, più o meno consapevolmente, mentre il regista (il destino/lo scrittore) conduce le danze. È una maschera quella che il ricco John indossa, fingendosi povero per farsi amare realmente da Bella, è una maschera quella che indossa Bella, che sopprime le umili origini dietro un’apparenza frivola e distaccata, è una maschera quella che indossano i Boffin, da domestici a ereditieri, da fedeli servitori degli Harmon, a spietati aguzzini di Rokesmith e poi, infine, di nuovo devoti alleati della coppia legittimamente felice. La felicità arriva, alla fine del libro, per tutti coloro che, nonostante le maschere, le finzioni, i trabocchetti della vita, sono riusciti a mantenersi integri, facendo scelte difficili ma coraggiose: Bella rinuncia alla ricchezza, pur di amare John Harmon/Rokesmith e alla fine la sua onestà viene premiata: diventa una vera nobildonna, non per via di un’eredità materiale o di un matrimonio favorevole, ma per una scelta nobile e consapevole, per aver innalzato il proprio animo al di sopra dei meschini, primordiali, istinti umani.

Eugene rinuncia alla sua eredità, al suo status sociale e, soprattutto, alla sua arroganza, pur di sposare l’umile barcaiola Lizzy, che nonostante l’ambiente sudicio e infelice nel quale è cresciuta, si dimostra uno dei personaggi più nobili e fedeli, soprattutto quando decide di sposare Eugene, gravemente ferito e in punto di morte. Eugene non morirà e sarà felice con Lizzy, come saranno felici John e Bella, come saranno felici i coniugi Boffin, simbolo di quella nobiltà che non è determinata dalla nascita ma dalle proprie azioni. Una fine di solitudine e disperazione aspetta invece il malvagio Headstone, come merita chiunque complotti nell’ombra per causare l’infelicità al prossimo. I romanzi di Dickens, dotati di un vivace immaginario sociale e spirituale, si prestano particolarmente alle riduzioni televisive e cinematografiche: in particolare Our Mutual Friend ne ha ispirato tre, tutte prodotte dalla BBC, la prima del 1958, la seconda del 1976 e l’ultima del 1998. Ritenuto da alcuni imperfetto e troppo artificioso, “Il nostro comune amico” è invece la prova più limpida di quella che si può definire “pura magia dickensiana”, quell’energia naturale capace di creare universi emozionali di straordinaria potenza. Il sapiente uso della parola, unito a un eccezionale spirito di osservazione, mette a confronto i sentimenti più nobili (fedeltà, altruismo, coraggio) e gli istinti più bassi (tradimento, viltà, bramosia) in una sorta di epifania della lotta fra bene e male, condotta, però, da semplici uomini. Per questo ne “Il nostro comune amico” ciò che conta non sono i singoli eventi che formano la trama, quanto piuttosto la meticolosa parata di tipi umani, modelli eterni e sempre validi, ed è a questa dote innata che Dickens deve la sua immortalità.

Garage rock dalla Valle dell’Irno: si scrive Bidons, si legge “spassiamocela!”

Garage rock dalla Valle dell’Irno: si scrive Bidons, si legge “spassiamocela!”

Procuratevi una tavola di Crepax, un b-movie di Roger Corman, qualche fuzz, un paio di bretelle, occhiali da sole, qualche cassa di birra e mescolate il tutto in un bidone bello capiente.

Shakerate a lungo e quello che ne uscirà fuori vi farà ballare finché non cadrete a terra morti stecchiti!

Sono i Bidons (www.myspace.com/thebidons), sono in cinque (Albino Cibelli voce e autore dei testi, Nico Plescia ed Elia Prisco alle chitarre, Pino Trotta al basso al quale è subentrata la new entry Ezio Marinato e Giovanni Schirru alla batteria) e vengono dalla Valle dell’Irno, in Campania, dove si sono fatti le ossa suonando sui palchi dei club più disparati.
Cantano e scrivono in inglese, eppure sono italianissimi.

Influenzati da Sonics, Count Five, Kingsmen, Fuzztones, Cramps, Beatles, Strangeloves, per citarne solo alcuni, i Bidons hanno raccolto la pesante eredità di cui sopra e se ne sono appropriati, l’hanno capovolta, rimaneggiata, colorata, in un’unica parola: modernizzata, dandole un’impronta personale e riconoscibilissima, pur rimanendo legati al garage più puro, grazie anche all’utilizzo di strumenti vintage.

Assistere a un loro concerto è come starsene seduti su una cassa di dinamite: l’esplosione è sempre in agguato. E come se non bastasse, ne hanno tirato fuori un album al tritolo, da maneggiare con cura, se non si è abituati.

Il 30 aprile è uscito il primo CD, Granma Killer!!! – autoprodotto e distribuito da Area Pirata/www.areapirata.com e registrato sotto la direzione di Guido Torre all’HH Studio di Solofra (AV) – otto tracce belle corpose, fra cui due cover, impeccabili rivisitazioni in chiave “bidonsiana” di Nightime dei Strangeloves e Be a Caveman degli Avengers.

Il packaging del CD fornisce già qualche indizio su quello cui andiamo incontro: le foto di Marco Sabino (www.flickr.com/photos/malcomcircus) riproducono l’incontro/scontro con una pseudo granma, investita dall’allegra combriccola, il tutto inserito in una veste grafica d’ispirazione sixties con evidenti strizzate d’occhio ai b-movie anni ’60 (di cui mi sono occupata personalmente!).

S’inizia con la travolgente Out of my brain, il biglietto da visita perfetto: un minuto e quarantasei secondi di accelerazione pura, ideale per mettersi sulla strada a bordo di una mercedes strichacht, con lo stereo a palla e il vento sulla faccia. Straight ahead!, urlano i Bidons. Lasciate qualsiasi convinzione, formalità, dovere dietro le spalle per l’intera durata dell’album o è meglio che scendiate subito, sembra dirci l’intro.

Siamo partiti accelerando e procediamo senza freni con Too Much Fun e 2009 due pezzi che confermano che siamo nel posto giusto, al momento giusto e soprattutto, con la band giusta, se quello che cerchiamo è una serata da non dimenticare.
Con l’”epicurea” Too Much Fun, i Bidons ci annunciano che il divertimento non è mai troppo; la filosofia del pezzo è asciutta, precisata dall’ossessivo riff di chitarra e dalla batteria che sembra riprodurre colpi di pistola (Well, I’m a son of a gun, dopotutto!), come se fossimo davanti a un aut aut: divertimento o muerte!
2009 è una sorta di reprise della filosofia edonistica di Too Much Fun, in cui il concentrato tiratissimo di ritmo e melodia è attraversato da venature apertamente sarcastiche: è la scarica di fuoco amico che ci obbliga, ancora una volta, a divertirci e ad approvare tutto quello che i Bidons dicono.

Il potere persuasivo di cinque ragazzi dell’Irno Valley è quasi miracoloso!

Gli ululati e il ritmo ossessivo-compulsivo di Wolves of Saint August ci portano nel cuore della tracklist, in un’atmosfera da horror in bianco e nero. Un giro veloce a un festino di licantropi e siamo nuovamente on the road.

Con Granma Killer!!!, la traccia che dà il nome all’album, i Bidons fanno proprio sul serio. Freniamo un attimo, ma solo per chiarire un paio di cose: il mondo è crudele e tu devi esserlo di più se vuoi sopravvivere. Il nichilismo bidonsiano, però, non si riduce a una mera osservazione dell’oggettività: c’è l’ovvio, ma loro hanno la soluzione.
In altre parole: nessuna incertezza, nessun muro dietro al quale nascondersi, fai un falò di tutte le tue buone intenzioni e libera la mente! Il tempo scorre!
Quindi: piede sull’acceleratore e niente soste! Il passaggio martellante di chitarra che ci conduce verso la fine del pezzo, è, infatti, un inseguimento a sirene spiegate.
Ma il cadavere stecchito sulla strada è solo uno scherzo, la nonnina investita sta bene, i Bidons non prendono nulla sul serio, se non il divertimento: No!, dice la penultima traccia, nessuna distrazione! E infatti se non balli, sei fuori. Ma del resto è impossibile ascoltare i Bidons, senza provare l’irresistibile impulso di far parte della crew.

La filosofia di Granmakiller!!! è trascinante, come il suo suono.
Quindi balliamo, urliamo, uniamoci al gruppo!

E quando la musica sarà finita e la portiera si chiuderà, quando il motore rombando ripartirà e resteremo soli, sul ciglio della strada e nel cuore di una notte balorda, l’unico desiderio sarà salire di nuovo su quella macchina e ricominciare il viaggio daccapo.

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Addio a Miriam Mafai, l’eterna ragazza rossa

Addio a Miriam Mafai, l’eterna ragazza rossa

ARTICOLO ORIGINALE DAYLIFE.TV

A 86 anni Miriam Mafai se ne va e nonostante si sappia che la morte fa parte della “vita” e quanto sia “normale” andarsene a 86 anni, è tuttavia doloroso quando una personalità, che nel tempo ha assunto le fattezze di una sorta di guida spirituale, conclude il suo viaggio sulla terra.

Miriam Mafai lo termina in maniera dignitosa, così come lo ha condotto e, come prima di lei Montanelli, Biagi o Bocca, lascia un vuoto profondo nella cultura italiana, primo perché un grande ha sempre qualcosa da dire, secondo perché la cultura italiana contemporanea scarseggia di grandi personalità.

Sarebbe normale in questi momenti ricordare chi era Miriam Mafai: l’antifascista impegnata nella Resistenza, la giornalista de L’Unità, il direttore di Noi Donne, l’inviato di Paese Sera, l’editorialista di La Repubblica, alla cui nascita aveva dato il suo contributo; la scrittrice di saggi politici come Botteghe Oscure addio. Come eravamo comunisti (1996) o Dimenticare Berlinguer (1996), profondamente critica verso le dinamiche dei partiti eppure sempre controllata nelle sue esternazioni, dotata di un rigore scientifico nell’analisi politica, una materia che conosceva bene, il background culturale di un’adolescente che nel 1938, a causa delle Leggi Razziali, era stata costretta a lasciare la scuola, il pane quotidiano della donna che ha condiviso quasi trent’anni di lotte politiche con Giancarlo Pajetta, partigiano e politico, la passione della giornalista e della scrittrice che “a un weekend di passione con Pajetta” avrebbe sempre e comunque preferito un’inchiesta, il suo lavoro, una missione, quasi.

Negli anni dell’”ipermodernismo” fisico e sentimentale, in cui le donne si autodefiniscono libere, in cui l’ostentazione della carriera e il rigetto per i legami è diventato il segno dell’emancipazione femminile (mediocre riproduzione di un modus vivendi maschile), Miriam Mafai, a 86 anni, era molto più emancipata e libera di una qualsiasi ventenne o trentenne di oggi.

E’ dura ammetterlo, ma queste grandi donne che alla loro morte diventano “grandi donne del passato”, continuano a essere il livello più elevato di progresso attuale.

E’ dura ammetterlo perché il progresso, per definizione, dovrebbe essere un continuo progredire, un affidarsi alle scoperte e alle lotte del passato per la definizione di un presente e di un futuro migliore. Ma siamo in recessione, non solo economica.

Così, quando se ne va una grande donna come Miriam Mafai, non c’è ancora nessuna pronta a raccoglierne l’eredità e il vuoto diventa incolmabile.

Troppo moderna, troppo “avanti”.

Non siamo ancora pronte, dobbiamo lavorarci.

“Le conquiste delle donne sono ancora troppo recenti”, diceva. “Dovete stare all’erta, non si sa mai”.

E forse lo spiraglio è proprio questo: dobbiamo stare all’erta.

Anna Karenina: Vita e Morte dell’Amore

Anna Karenina: Vita e Morte dell’Amore

ARTICOLO ORIGINALE PER DIETRO LE QUINTE: Anna Karenina: Vita e Morte dell’Amore.

Dopo la bella prova di “Orgoglio e Pregiudizio”, il regista inglese Joe Wright si cimenta nel rifacimento di un altro colosso letterario: Anna Karenina di Lev Tolstoj (letto nell’edizione Garzanti – traduzione a cura di Pietro Zveteremich), ennesima trasposizione cinematografica di quello che Nabokov definì il capolavoro assoluto della letteratura del XIX secolo e cheDostoevskij descrisse come un esempio di perfezione totale. Il film, la cui uscita nelle sale èprevista dopo l’estate e che vede Keira Knightley (già Lizzy in “Orgoglio e Pregiudizio”) vestire i panni di Anna, è la dimostrazione di una popolarità che dura dal 1877, anno in cui il romanzo fu pubblicato, e che non subisce battute d’arresto. Capolavoro del Realismo, Anna Karenina è un romanzo circolare (si apre con la morte violenta di un operaio e si chiude allo stesso modo, con il suicidio di Anna) che affronta soggetti d’interesse attuale attraverso l’analisi di tre relazioni amorose: quella fra Dolly e Oblonsky, quella tra Kitty e Levin e, infine, quella tra Anna e Vronsky. A testimonianza di cosa Tolstojpensasse del matrimonio (tema affrontato anche nel romanzo breve “Sonata a Kreutzer”, dove un marito uccide la moglie ritenuta infedele) la storia prende piede proprio da un matrimonio in crisi, quello fra Dolly eOblonsky, fratello di Anna. Da San Pietroburgo Anna è chiamata dal fratello a intercedere per lui presso la moglie, che ha scoperto la sua infedeltà.

Nella stazione di Mosca, Anna assiste alla morte di un operaio, travolto da un treno: un incidente-presagio che segna l’inizio del declino; verso la fine del romanzo, in una sorta di espiazione della colpa che la opprime per tutta la storia, Anna si reca nel luogo dove ha compiuto i primi passi verso la distruzione e si suicida, gettandosi sotto un treno (l’immagine contiene l’intrinseca critica di Tolstoj al progresso proveniente da Ovest, causa della corruzione dei tradizionali costumi russi, di cui il treno è, appunto, l’emblema). Le tre relazioni descritte da Tolstoj sono il simbolo delle relazioni amorose e dei diversi e possibili esiti: Dolly e Oblonsky si riconciliano non per amore, ma per comodità. Nonostante la mancanza di sentimento, il loro matrimonio, fondato sull’accettazione formale delle ipocrite leggi che governano la Società Russa, riesce. Levin e Kitty, l’altra coppia che funge da allegoria del matrimonio, sono i soli a raggiungere uno status di reale serenità, merito della ritrovata fede di Levin in Dio. Infine Anna e Vronsky sono il simbolo stesso di un amore nato e cresciuto fuori dalle convenzioni sociali, da queste distrutto e la cui fine riecheggia cupa sulla vita dei suoi protagonisti.

Col pretesto di affrontare la storia fallimentare dell’amore tra Anna e Vronsky, colpevole di essere fondato sulla passione (la passione femminile, cosa ancora più grave) e di infrangere con la propria esistenza le leggi sociali, Tolstoj affronta i temi a lui più cari: primo fra tutti quello dell’ipocrisia della Società Russa, dove uomini e donne mantengono quotidianamente relazioni extraconiugali nella falsità e nell’approvazione di tutti, ma si riservano il diritto di allontanare dalla propria cerchia la donna (non l’uomo! Infatti Vronsky continua a essere accolto nei circoli aristocratici) che si è abbandonata alla passione, non per diletto, non per passatempo, ma per amore. Anna lascia suo marito e suo figlio, tradendo il ruolo primario di una donna: quello di moglie e di madre. Infrange un’istituzione sacra com’è il vincolo matrimoniale, per fuggire e andare a vivere come concubina con l’uomo del quale si è innamorata. Anna rappresenta la critica più feroce e allo stesso tempo la dimostrazione palese di tutti i sotterfugi e le menzogne su cui si fonda la buona società russa. Per questo la Società Russa ha bisogno di nascondere Anna, occultando così i suoi stessi peccati.

La rovina di Anna inizia con l’abbandonarsi non già al desiderio carnale, che se temporaneo e circoscritto è perfino legittimato, ma all’Amore, a un amore che non conosce né Dio né Ragione. Per Anna l’unica cosa importante è essere amata da Vronsky e quando Vronsky si rivela un uomo imperfetto come qualsiasi altro, la gelosia la consuma, distrugge l’amore e distrugge Anna stessa, fino a portarla, in una spirale di disperazione e follia, alla morte. Anna rappresentando l’istinto, è sopraffatta e uccisa dalla passione. Dolly, che invece segue le regole fissate, riesce a dominare la gelosia, vivendo una vita mediocre e un matrimonio senza amore ma, secondo la morale comune, riuscito. Kitty, invece, ha fede, la religione, la fiducia in Dio le dona un matrimonio non passionale, non bruciante, ma sereno e leale.

La fede in Dio è un altro dei temi cari a Tolstoj, trattato prevalentemente nella figura di Levin (una specie dialter ego di Tolstoj stesso); vittima delle sue passioni e infelice all’inizio del romanzo, Levin entra in contatto con l’amore per Dio, sostituendo alle passioni carnali, la passione spirituale: un passaggio che salva la sua esistenza e gli consegna la chiave della pace interiore, poiché per Tolstoj l’unico essere nel quale si può confidare è Dio stesso; gli uomini, essendo imperfetti, sono causa di sofferenza per il prossimo: la lezione è che fare di un altro essere umano il proprio dio procura una felicità ingannevole, causa della propria rovina. L’unica salvezza possibile, all’interno della gabbia sociale, è quella spirituale: l’errore dell’uomo è l’aspirazione congenita alla Felicità, un impulso che, secondo Tolstoj, solo la mente perfetta di Dio può concepire, all’Uomo (imperfetto) non resta che coglierne l’eco nella Fede, poiché il tentativo di afferrare concretamente la Felicità lo porta, immancabilmente, all’annichilimento. L’uomo, nella concezione profondamente pessimista e concreta di Tolstoj, non è nato per essere felice, ma solo per inseguire (a suo rischio e pericolo) quella felicità.